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O stella che dal ciel rubi il rubino
dell' eterna beltà, pallido foco,
mentre nel vasto abisso erri, e, poco
scaldi del nulla il gelo adamantino;
tu che solinga, all' infinito inchino,
sfidi del tempo il corso e l' eco fioco
d' ogni mortale voce, alto e remoto
cuore d' ardore e di destino divino.
A te rivolgo il guardo, e in te mi perdo:
Che son io, polve vana e breve spiro,
dinanzi al tuo silenzio che non cessa?
Pur, nel tuo raggio, un palpito io ridesto;
e parmi udir del cielo antico il respiro,
che in te si accende, e in me si fa promessa.